Parliamo di Biblioteca diffusa

Che il tema Biblioteca sarebbe stato rilevante in questa campagna elettorale, era, fin dall’inizio, cosa preclara. Che avrebbe scaldato gli animi ed acceso discussioni era altrettanto lapalissiano. Che avrebbe innescato una riflessione più ampia sul tema con proposte più o meno condivisibili e concrete, non era affatto scontato.

Ho letto le posizioni che stanno emergendo nelle diverse coalizioni con grande interesse e sono, nelle loro varianti e consistenze, tutte apprezzabili. Qualcuna, tra tutte, era per me più attesa e devo dire che il mio spirito da colonnello Drogo, è stato appagato.

Sono sincero, tra tutto quello che ho letto, la proposta che mi sento di approfondire ed analizzare con particolare considerazione è quella di Lorenzo Radice, candidato che, nella sua lontananza politica, gode di mia massima considerazione e che continuo a considerare, a meno di improbabili cadute di stile dell’ultimo periodo, un valore aggiunti di questa campagna.

La coalizione di centrosinistra avanza una proposta operativa interessante, ossia quella della Biblioteca Diffusa. Questa strada prevede, laddove è stata già realizzata, una “disseminazione” della biblioteca cittadina in senso stretto mediante la creazione di punti di interprestito librario in luoghi di ampio richiamo. Il progetto di Radice, nello specifico vedrebbe la creazione di sedi presso lo Spazio Canazza ed il Salice.

L’idea, da come la interpreto poiché è solo stata tratteggiata, non è nuova in sé, ma lo sarebbe per Legnano. Qualcosa di analogo, sebbene più strutturato (nel senso che si sono creati spazi specifici dedicati anziché inserirsi nell’esistente) è già stato fatto a Rho ed in forma ancora leggermente diversa a Pero.

Nell’attesa che, ovviamente, Lorenzo possa fornire maggiori dettagli operativi, da una prima riflessione mi sovvengono alcuni dubbi che, a mio avviso, questo modello potrebbe non riuscire a fugare facilmente.

Il sistema delle biblioteche diffuse è molto interessante e può risultare capillare ed impattante in realtà che dispongano già, al momento dell’avvio, di un hub cittadino forte e adeguatamente dotato sia dal punto di vista dell’organico che delle attrezzature tecnologiche.

Ricollegandomi al mio precedente post, parto da un esempio nord europeo, ossia Aarhus, città che negli ultimi miei anni di mandato ho avuto modo di visitare diverse volte e che rappresenta un po’ la punta di diamante del sistema danese grazie alla sua biblioteca centrale Dokk1 (vi rimando al bellissimo testo di Antonella Agnoli per Biblioteche Oggi). A Aarhus, cittadina di circa 330k abitanti, il municipio ha scelto di realizzare una grande struttura centrale, Dokk1 per l’appunto, con un livello di qualità architettonica e biblioteconomica inarrivabile (costata, peraltro circa 260 milioni di euro) che condensa la totalità dei servizi cittadini: ci si trova, oltre al servizio di prestito e consultazione libraria, bar e ristoranti, grandi sale riunione e sale sinfoniche, sale di registrazioni audio video, incubatori aziendali, aree bimbi particolarmente evolute, ufficio anagrafe (ci si vota persino) e molto altro. Non entro nel merito eccessivamente perché sarei tedioso dato che rappresenta in sé un piccolo mondo, esattamente come Oodi ad Helsinki.

Collateralmente a questa grandiosa casa della cultura, la città si è munita di piccole strutture disseminate e di punti di interprestito in cui si ripetono parte delle funzioni.

Questo microcosmo funziona in piena sintonia grazie al cervello centrale di Dokk1 ed alla sua “pancia”, ossia il complessissimo sistema di catalogazione rfid, raccolta, smistamento e riconsegna dei libri. Un capolavoro della tecnica che in Italia, purtroppo, ci sogniamo.

La rete diffusa, quindi, funziona in quanto esiste un corpo centrale che vede tutto e gestisce tutto con un’intelligenza raffinatissima.

Uscendo un attimo dal mirabolante scenario danese, torniamo nella nostra Legnano che, per dimensionamento e bilancio, ovviamente non può competere con Aarhus che, però va ricordato, ha le dimensioni di un capoluogo di provincia come Bologna.

A Legnano, al momento disponiamo della Marinoni, biblioteca storica, location prestigiosa con un bellissimo parco ed alcuni punti studio. Punto.

Non per essere tranchant, ma la grossa pecca dell’attuale struttura è la sua classicità (tradizionalità funzionale), la rigidità dei suoi spazi o meglio, la loro assenza, l’impossibilità di sviluppo ed il decentramento rispetto al cuore cittadino. La Marinoni non ha spazi di crescita ed il mirabolante e quasi mistico sforzo quotidiano delle sue appassionatissime operatrici (che dobbiamo ringraziare con convinzione!), può fino ad un certo punto.

Ora, pensare di creare una rete senza che vi sia un cervello centrale funzionante è limitante. Sarebbe come, per un essere umano, poter funzionare con il solo sistema simpatico, ossia operare per mero riflesso, anziché poter mettere in campo movimenti complessi e ponderati.

Una biblioteca diffusa, in un frangente del genere, sarebbe, a mio avviso, di difficile gestione e finirebbe con l’essere un puro palliativo temporale in attesa che venga l’ingranaggio principale.

Attenzione però al consueto modus operandi italiano a seppia, ossia al contrario. Avviare prima i centri periferici in attesa di costruire il cuore rischia di fare sì che l’esperienza di fruizione (che oggi, esattamente come la qualità di navigazione di un sito è importante quanto il contenuto stesso) sia deludente e la affossi. Ci si troverebbe tutti ad attendere l’avvento di “ciò che manca” che finirebbe quindi con l’esercitare un ruolo ed una forza centripeta creando a Legnano un modello opposto a quello che Radice vorrebbe: alla nascita della nuova (ed inevitabile) sede centrale, tutti vi si recherebbero come al paese dei balocchi dimenticandosi delle vecchie sedi periferiche che, a quel punto sì, sarebbero il vero valore aggiunto.

Nell’effettuare queste considerazioni, però, mi ritrovo a non avere una bacchetta magica, quindi il deficit del progetto di Lorenzo, al momento non mi risulta facilmente colmabile.

Non sottaccio neppure la consapevolezza che i tempi per la realizzazione del nuovo Polo Culturale sono tutt’altro che brevi per priorità, vincoli burocratici, complessità progettuale e per fattiva edificazione. Di qui la lecita domanda: e nel frattempo che si fa? Si sta fermi?

A mio avviso, un primo passo potrebbe essere quello di avviare un percorso vagamente unanime per la nuova sede e, nel frattempo, dedicare qualche risorsa alla riprogettazione funzionale della Marinoni alleggerendola significativamente del patrimonio librario (ebbene sì, sembrerà una bestemmia, ma i libri si buttano se non hanno indici di prestito adeguati! La biblioteca è un luogo vivo, non un museo) e rendendola più contemporanea.  A sede centrale terminata, per quanto mi riguarda, il progetto dendritico di Radice avrebbe piena dignità e lo sposerei più che volentieri riconoscendone il ruolo coesivo sulle periferie.